17/07/2025
HOPE IS REAL: Frammenti di Pace, Sogni e Responsabilità
“I have a dream.”
Martin Luther King Jr., 28 agosto 1963
Tutto è cominciato da una sorta di sogno fatto tempo fa, praticavo yoga da poco.
Non una visione notturna, ma qualcosa di più vasto: un’impressione viva che non cercavo, ma che mi ha trovata.
Non era fatto di immagini, ma di presenza, di ascolto.
Come se la pelle dell’anima avesse toccato qualcosa di troppo vero per essere detto subito.
Non ho visto nulla, ma ho percepito tutto il dolore del mondo, come un lamento silenzioso che attraversava il mio corpo.
E insieme a quel dolore, ho percepito un amore smisurato, come se l’intera umanità si tenesse per mano al confine del buio, aspettando di essere vista, un senso di unione con ogni cellula dell’universo.
È lì che lo yoga, per me, ha cominciato a mutare forma: è diventato più di una pratica, è diventato ascolto radicale.
Rendere spazio a ciò che vuole essere sentito, anche quando fa male, anche quando spezza.
Yoga è anche, probabilmente soprattutto, questo:
non distogliere lo sguardo.
Rimanere, quando ogni parte di noi vorrebbe scappare.
Da allora quella visione mi accompagna, non come ricordo, ma come compito.
Come se dentro di me qualcosa avesse promesso, senza parole, di non dimenticare.
Perché, se non siamo in grado di immaginare un mondo diverso da quello che ci cade a pezzi davanti agli occhi, se non abbiamo più nemmeno il coraggio di sognarlo mentre brucia, allora sì, abbiamo davvero fallito, non come società, ma come specie.
Proprio l’altro giorno, a Venezia, faceva così caldo che anche le ombre sembravano arrendersi.
Io avevo tutto: acqua fresca, corrente elettrica, silenzio protetto, eppure, mi sentivo stremata.
Mi ha attraversata un pensiero: se io, qui, ora, sotto un cielo in pace, sento questa stanchezza… cosa vive chi ha perso tutto?
E in quell’istante qualcosa ha ceduto, non era solo tristezza, era vergogna.
La vergogna di rendermi conto che anche i miei giorni tranquilli sono costruiti, almeno in parte, sulle spalle spezzate di qualcun altro, che non possiamo continuare a chiamarli diritti quando esistono soltanto per alcuni.
Il mio pensiero è andato a Gaza.
Dove la terra brucia, ma manca l’acqua.
Dove l’elettricità è un privilegio, e non un’ovvietà.
Dove la vita non è protetta nemmeno nel grembo.
Dove non c’è più nulla, probabilmente nemmeno la speranza.
Non mi sono sentita colpevole, mi sono sentita responsabile.
Perché anche restare in silenzio è una scelta.
E anche restare comodi è un gesto.
E a volte, il primo atto di resistenza è proprio non voltare lo sguardo.
Allora capisco che non basta vedere, serve restare e non solo restare: agire.
Perché ogni privilegio porta con sé una domanda: che ne faccio? Dove lo metto? Lo trasformo in protezione, o in chiusura?
E qui si intrecciano due parole che sembravano opposte: libertà e responsabilità.
Non c’è l’una senza l’altra.
Essere liberi significa rispondere!
Significa scegliere di rispondere!
Rispondere alla chiamata del tempo, che non è lineare ma è come una spirale, un movimento che ci tiene ancorati all’adesso, ma ci mette in relazione con ciò che è venuto prima e con chi verrà dopo.
Il presente non è un passaggio: è un punto sacro.
È il solo luogo dove possiamo onorare chi ci ha preceduti e prendere posizione per chi non è ancora nato.
È qui che tutto si incontra: il battito degli antenati e il respiro dei figli che verranno!
E mentre il presente ci chiama, ci accorgiamo che non siamo soli.
Camminiamo accompagnati.
Ci sono gli antenati, le loro scelte, i loro sogni, i loro errori mai riparati, e ci sono i figli del futuro, che già ci guardano da un tempo che non conosciamo ancora.
Ogni nostro gesto è una risposta a entrambi!
Ogni nostro silenzio è memoria o omissione!
A volte il dolore che sentiamo non è solo nostro, è il dolore antico di chi ci ha preceduti e non ha potuto guarire, è il peso non elaborato di violenze tramandate, è il lutto collettivo che non ha ancora trovato parola, ma anche l’eco viva dei diritti ottenuti a caro prezzo.
Ogni libertà che oggi possiamo respirare è figlia di una lotta!
È il frutto acerbo di mani che hanno scavato nella terra dura della storia, perché noi potessimo oggi camminare un po’ più dritti.
Essere degni di questa eredità significa non dimenticare, ma soprattutto proseguire.
Sentire quel dolore non per restarci dentro, ma per trasformarlo in impegno.
Perché, se non curiamo ciò che abbiamo ereditato, finiremo per trasmetterlo uguale, o, peggio ancora, per perdere ciò che è stato conquistato: quando si rimane fermi, si torna indietro!
Forse ciò che sentiamo oggi non è solo nostro, è il riflesso di vāsanā, i solchi sottili, tracce latenti che le azioni e i pensieri, nostri e altrui, antichi e presenti, lasciano sulla coscienza.
Impronte che attraversano una vita, e forse le molte vite vissute.
Desideri non appagati, paure mai ascoltate, memorie non digerite: tutto resta, se non viene trasfigurato.
Patañjali, nello Yoga Sūtra, le descrive come catene dinamiche di saṁskāra, impressioni psichiche che si concatenano e modellano la mente e la coscienza.
Ogni gesto consapevole, ogni scelta che interrompe un automatismo, è già un atto di liberazione!
Ed è così che si apre uno spazio nuovo: uno spazio dove può entrare la meraviglia.
Nella visione tantrica, la meraviglia non è evasione, è presenza radicale, è la capacità di vedere il divino nel frammento, di sentire che ogni cosa, anche la più piccola, contiene il tutto.
È da questa meraviglia che può nascere la speranza, non come consolazione, ma come atto di resistenza.
E l’utopia non è un sogno ingenuo, ma il coraggio di immaginare un mondo che ancora non esiste, e proprio per questo ci chiama.
Io voglio immaginare un mondo in cui la Terra respira libera.
I suoi fiumi scorrono limpidi, le foreste ritornano fitte.
Gli animali non sono più merce, né strumenti, vivono il tempo e lo spazio secondo la loro natura, senza gabbie né allevamenti.
Gli esseri umani non sono al vertice, ma nel cerchio.
I confini cadono!
Non ci sono muri, né nazioni che dividono chi appartiene e chi no.
La diversità non fa più paura: è il nostro patrimonio più ricco.
Non esiste più l’altro: esiste solo l’altro come parte di me.
In questo mondo, l’equilibrio non è un’eccezione da proteggere, ma il centro da cui tutto parte e a cui tutto torna.
Un mondo giusto non è un’utopia: è un dovere poetico e politico.
Viviamo come se il tempo ci scappasse tra le dita, come se dovessimo fare tutto adesso: conquistare, dimostrare, accelerare.
Ma questa urgenza ha un nome: paura!
La paura della morte, del limite, dell’oblio!
Eppure, il tempo non è un treno che parte, è una spirale che ci attraversa.
Il passato pulsa nei nostri gesti, il futuro ci guarda, già ora, da dietro gli occhi dei figli non ancora nati.
E in mezzo, c’è l’unico luogo dove possiamo davvero agire: il presente!
Se comprendiamo che la vita non finisce con il nostro respiro, ma si prolunga in ogni vita che tocchiamo, allora ogni nostro gesto diventa seme.
Ogni parola è parte di un progetto che ci supera.
Non viviamo per esaurirci, ma per proiettare, per lasciare tracce in tutto ciò che continuerà dopo di noi.
Ognuno di noi vivrà finché ci sarà compassione nelle mani di qualcuno, giustizia nelle scelte di chi verrà, vita nei figli del futuro.
Allora rallento.
E mentre tutto intorno grida velocità, io scelgo presenza.
Cammino sapendo che non sono sola, che i miei passi sono gli ultimi battiti di chi mi ha preceduta e i primi respiri di chi verrà.
Non so se cambierò il mondo, però posso scegliere, oggi, di non tradirlo, di restare cosciente, di ascoltare le crepe, di non chiamare normalità ciò che è violenza, di non travestire rassegnazione da saggezza.
Perché questa vita, anche se breve, anche se fragile, può diventare passaggio.
E se anche una sola goccia di consapevolezza passerà attraverso di me, allora la mia presenza avrà avuto senso.
HOPE IS REAL!
VOCI DAL MONDO
“L’odio non cessa con l’odio, ma solo con l’amore: questa è la legge eterna.”
— Dhammapada, versetto 5, Buddha
“Quando avranno inquinato l’ultimo fiume, abbattuto l’ultimo albero, pescato l’ultimo pesce, solo allora si accorgeranno che non si può mangiare il denaro.”
— attribuito Toro Seduto – attribuita ai nativi americani- fonte incerta
“Il nostro primo insegnante è il nostro cuore.”
— Proverbio Cheyenne
“Chi salva una vita, è come se salvasse l’intera umanità.”
— Corano, 5:32
“Chiunque salva una vita è considerato come se avesse salvato un mondo intero. “
— Di origine ebraica
“Solo dal cuore puoi toccare il cielo.”
— Rūmī
“L’unica cosa necessaria perché il male trionfi è che gli uomini buoni non facciano nulla.”
— attribuita a Edmund Burke
“La speranza ha due bellissimi figli: la rabbia e il coraggio.
La rabbia per vedere come stanno le cose.
Il coraggio per cambiarle.”
— attribuita a Sant’Agostino